L’inquietudine e la purezza di Ren Hang

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Nei giorni scorsi Ren Hang è scomparso. Fotografo e poeta cinese, provocatorio e troppo giovane per andarsene, le sue foto sono cariche di una verità estrema e poetica. La sua provocazione non è accomodante, non è commerciale, ci può disgustare; per Ren Hang è stato naturale porsi al di fuori dei limiti imposti dal regime. In un’intervista diceva di non programmare ciò che troviamo nei suoi libri fotografici e di non programmare neppure cosa ne sarebbe stato della sua vita.

Le sue immagini sono potenti e molto semplici, perfettamente costruite con modelli con cui deve essere in perfetta sintonia, altrimenti non scatta. Nelle sue fotografie il flash è utilizzato in modo tale da enfatizzare lo straniamento; e Ren Hang ci riesce molto bene, le sue foto ci meravigliano perchè non ci aspettiamo di vedere certe cose. Non rincorre nessun intellettualismo, “faccio semplicemente quello che mi viene naturale”, amava dire.

Sul sito ufficiale si possono leggere le sue poesie, soltanto in cinese purtroppo. Noi eravamo troppo curiosi e abbiamo tentato di tradurne piccoli frammenti.

Mi sono seduto sul divano a guardare
Come abbiamo trascorso insieme
La vita per lungo tempo
Molto tempo.

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我坐在沙发上看着你
就像我们已经在一起
生活了很久
很久

 

 

 

 

Quarto incontro: la mappa delle idee

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Un silenzioso pomeriggio di pioggia ci accoglie sabato tra le mura di Labus. Ma il tempo per sonnecchiare è finito, si comincia!

Siamo giunti al quarto incontro, la mappa del progetto deve essere tracciata. I ragazzi cominciano a sentirsi a proprio agio in giro tra posti lugubri e deserti. Come i bar di Benevento quando gli anziani restano a casa per la pioggia. Elda ne sa qualcosa, il suo progetto soffre lo stop dei tressette causato dalle piogge di fine inverno. Ci porta però qualche disegno per aiutarci a capire meglio. Disegnare una fotografia prima di averla scattata: Elda ci hai stupito, ed emozionato. Adesso aspettiamo il resto!

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Questa fotografia fa rumore come una frenata brusca, invece lei fa progressi. Ormai ha fatto amicizia con gli abitanti dei quartieri, sulle madonne ci sta lavorando. Per il prossimo incontro vogliamo la mappa sulla nostra scrivania, è chiaro Paola?

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L’interrelazione tra elementi comincia a diventare più nitida negli scatti di Giancarmine; per trovare quello decisivo sarà necessario tornare sui propri passi, guardare bene, guardare meglio. Per riempire e nello stesso eliminare il superfluo bisogna indagare. Intanto il leone di pietra contempla le balconate.

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Nella fotografia di Roberta i fantasmi guidano motociclette. Certi posti sembrano non esistere, l’abbandono li ha resi persino più belli.

Il tempo è quasi finito ma, a Labus, quello per imparare cose nuove non finisce mai: oggi è il turno del flash. Tentiamo di fare qualche ritratto, ricordando che, per poter efficacemente sperimentare, è necessario prima sviluppare una certa padronanza del mezzo e del linguaggio.

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Ci lasciamo considerando che anche gli incidenti di percorso, come i malfunzionamenti delle nostre macchine o le interruzioni causate da un giorno di pioggia, sono momenti importanti. Fotografare è prima di tutto guardare.

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Terzo incontro: “Bisogna distruggere il programma e riprogrammare” (J. Koudelka)

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Benevento, 18 febbraio 2017

A Labus tutto è pronto per il terzo incontro del foto-lab avanzato. Nonostante durante la settimana lo scambio tra noi e i ragazzi sia intenso (partono addirittura messaggi vocali a loro insaputa!), il confronto dal vivo resta fondamentale per capire a che punto siamo.

<<In giro vedo la pubblicità di una casa che produce macchine fotografiche che dice: “Non pensare, scatta”. Mi sembra quanto di  peggio ci possa essere. Io dico invece: prima pensa per due ore, poi, eventualmente, scatta.>> (G. Berengo Gardin)

Il concetto è chiaro, no? Dietro alla foto “finita” c’è un grande lavoro di ricerca, gli elementi da considerare sono tanti per riuscire ad operare una scelta, e rinchiudere “tutto” quello che vogliamo dire in una piccola porzione di pellicola.

Passiamo ad esaminare le fotografie della settimana.

Alessandro, che è il nostro tramite con la notte, evidentemente nella sua precedente vita deve essere stato un animale notturno. Le geometrie nei suoi scatti conservano un contrasto palpabile, un luogo che appare vuoto, colto di notte, è in realtà un luogo svuotato. La differenza non è irrilevante: un luogo vuoto assomiglia ad un posto vergine, un posto svuotato è invece ancora caldo della presenza degli uomini; il flusso delle persone, il “peso” del loro passaggio nello spazio si riesce quasi a percepire nelle ammaccature della luce.

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Nella ricerca di una traccia urbana nascosta al comune vedere, Giancarmine si è soffermato sul contrasto tra costruito e abbandonato, anche declinato nella contrapposizione moderno – antico. Il percorso che si propone di indagare, più che sul piano dei contenuti, resta sulle disarmonie formali; l’obiettivo fissato per il prossimo incontro è quello di cercare le relazioni ottiche tra i piani, tentando di evidenziare particolari che formino un quadro urbano astratto. Poi, però, capita anche di trovare cose così:

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Ci spostiamo ora sul progetto di Paola, che, muovendosi attraverso un quartiere popolare della nostra città, ha scelto di privilegiarne le strade secondarie. Il suo scopo è quello di scoprire ambientazioni sconosciute, frequentare un posto che non le è familiare. Si tratta di un lavoro non semplice, Paola ne è consapevole ma sa anche che raccontare un luogo attraverso le persone che lo abitano e lo popolano è importante. Entrare in contatto con una realtà che non ci appartiene, stabilire un rapporto di fiducia con le persone fotografate è impresa difficile, tuttavia maggiore è la difficoltà che sta dietro ad uno scatto e più sarà interessante quella fotografia. Dare a chi guarda  la sensazione di immergersi in un’atmosfera è un risultato che si raggiunge solo calandosi appieno dentro quella atmosfera. Gli scatti di Paola contengono una traccia da seguire: l’umanità, la divinità e i rifiuti urbani; la presenza invasiva dell’uomo e la sua necessità di trovare un qualche appiglio divino.

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Nella recente visita alla mostra del fotografo Berengo Gardin, abbiamo avuto modo di soffermarci sulla sua opera, molti gli spunti interessanti. La figura di Josef Koudelka, ad esempio, sembra essere fondamentale nell’esperienza dello stesso Berengo Gardin.

<<Io amo raccontare una storia, come mi ha insegnato il mio amico Koudelka. Sono molto amico con lui e con Salgado. […] Una foto deve raccontare, come ho imparato da Koudelka, mentre da Salgado ho imparato che il contenuto deve andare di pari passo con la forma. Poi, se devo scegliere fra una foto formale e una di contenuto, io scelgo sempre quella di contenuto […]>>

Ci risulta quindi più facile capire Berengo Gardin quando dice che ci vorrebbe una vita intera per imparare a fotografare come Salgado mentre invece, per imparare a fotografare come Koudelka, neppure quella basterebbe. Koudelka è un anarchico, conosce le regole e sa benissimo come distruggerle. Nei suoi scatti il sentimento surreale e l’intensità dei volti sono in grado di raccontare gli spazi in una maniera del tutto personale e, probabilmente, non replicabile.

Koudelka è  uno spirito libero in continua evoluzione, così come la sua fotografia, ma non per questo meno perfezionista o privo di profondo senso autocritico: “Non mi preoccupo di ciò che la gente pensa: so abbastanza bene chi sono. Ma mi rifiuto di diventare schiavo delle loro idee. Quando resti in uno stesso posto per un certo tempo, la gente ti colloca in una casella e si aspetta da te che tu ci resti”.

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Ingegnere di professione e fotografo per passione, nel 1967 decide di abbandonare il lavoro di ingegnere per dedicarsi completamente alla fotografia. Ma la svolta accade nel 1968, quando casualmente si trova a Praga, rientrato da appena due giorni dopo un servizio fotografico sugli zingari in Romania.

“Non so cosa sia importante per le persone che guardano le mie foto. Quello che è importante per me, è il fatto di farle. Ma io non lavoro per provare il mio talento.

Da lui impariamo che confrontarsi attraverso il rapporto umano crea le condizioni ideali per crescere. Una personalità poliedrica, da cui possiamo trarre importanti insegnamenti.

Uno di questi lo apprendiamo grazie ad un aneddoto raccontato da Alex Webb, grande fotografo di street dell’agenzia Magnum: “Qualche anno fa mi trovavo seduto nella metropolitana con Josef Koudelka, che non vedevo da diversi anni. Improvvisamente Josef si è piegato in avanti e mi ha afferrato la scarpa, girandola per guardare la suola. Con il suo modo di fare diretto, tipico della cultura ceca, voleva accertarsi che avessi camminato abbastanza e, quindi, fotografato abbastanza”.

Probabilmente non ad ogni uscita fotografica corrisponderà una quantità di buoni scatti ma bisogna andare, continuare a provarci.

Incontro con Gianni Berengo Gardin

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GBGAnche quando il nostro spazio è chiuso, noi non smettiamo di lavorare!
È importante essere costantemente aggiornati e quale occasione migliore di un incontro con Gianni Berengo Gardin?

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Siamo andati a Terni a seguire la conferenza organizzata nell’ambito della sua mostra “Vera fotografia con testi d’autore”.

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L’ avventura prediletta da Gianni Berengo Gardin è sempre stata quella di realizzare fotografie che potessero finire in un libro. Il suo lavoro si è sempre alimentato delle influenze intellettuali che gli derivano dalle letture e dalle frequentazioni amicali. Per lui la macchina fotografica è «come la penna per lo scrittore, uno strumento per raccontare le cose».

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“Si può dire che io abbia lavorato come un disperato tutta la vita, comprese le domeniche, compresi i ferragosto, compreso Natale. In pratica… Ma in realtà non ho mai lavorato un giorno in vita mia, perché ho sempre fatto quello che mi piaceva, mi interessata, mi divertiva. Io devo tutto alla fotografia.” GBG

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“Questa coppia vista di spalle dentro una macchina decappottabile che contempla il mare e un cielo tempestoso è stata fotografata anni prima di quegli altri personaggi che dentro una macchina coperta hanno prodotto una delle immagini icona di Berengo Gardin?
Oppure magari anni dopo? Sono gli stessi che poi sono invecchiati, sono i loro figli improbabili che borgesianamente ripetono un gesto, una situazione, un sentimento della vita, perchè il fotografo possa proporre una variazione su un’immagine che sembra contraddire il fluire del tempo?
In verità Berengo ci informa che la fotografia con la macchina decappottabile è stata fatta sedici anni dopo di quella inglese e che il luogo è la Normandia.
Ma le due immagini, nella loro leggermente allucinatoria apparenza di ripetizione, si propongono come autentica meditazione sull’essenza della fotografia, sull’impossibilità della ripetizione identica di un istante nell’infinita molteplicità della vita.
Se riuscisse a fare due volte nella vita la stessa identica foto, il fotografo sarebbe Dio. Non pretendiamo tanto, vero Gianni?
E poi, se questa impossibile, allucinata eventualità fosse possibile, come nell’eterno ritorno di Vico o di Nietzsche, a quel punto non avrebbe forse più senso l’inseguimento ossessivo, in Berengo Gardin da oltre mezzo secolo inesausto, per riconoscere, nell’infinita variazione, altri, simili-diversi istanti che tentino di cogliere un frammento di significato del mondo, e dei frammenti di risposte, mai risolutive, che il fotografo propone di dare alle domande che pone la vita.
Grazie al cielo, invece, ogni giorno il gioco ricomincia, il gioco non ha fine.”
Ferdinando Scianna.

Laboratorio di Cinema: iscrizioni aperte!

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“Cinema è quando gli occhi miei si chiudono solo a guardarmi dentro”
(Carmelo Bene)

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I nostri laboratori sono soprattutto momenti di ricerca e sperimentazione; l’idea non è soltanto quella di creare un lavoro a conclusione del percorso di laboratorio, ma un’esperienza che possa continuare anche dopo. Cerchiamo persone pronte a mettersi in gioco, giovani talenti da poter inserire come collaboratori nei nostri futuri progetti.

Il cinema è un’arte in continuo mutamento, per questo è importante conoscerne la storia e i movimenti più significativi, le tecniche e tutto ciò che in poco tempo lo ha reso ciò che è oggi e che spesso non siamo in grado di comprendere.

Il Laboratorio di Cinema è strutturato in 8 incontri che si terranno ogni lunedì sera (ore 20,00-22,00) a partire da marzo, solo al raggiungimento del numero minimo di iscritti. Il programma include: lezioni di approfondimento sul linguaggio e sulla storia del cinema, visione di cortometraggi, analisi di sequenze di film ma soprattutto tanta pratica. E’ prevista la realizzazione di un cortometraggio, con attenzione alle sue varie fasi: dalla scrittura alle riprese, fino al montaggio. L’idea è quella di creare un gruppo di discussione che possa trasformarsi poi in un vero e proprio gruppo di lavoro, impegnato nella realizzazione di piccoli esperimenti filmici, all’interno del solco tracciato dai pionieri della settimana arte.

In occasione dell’ultimo laboratorio di cinema siamo andati a caccia dell’immagine definitiva tra le mura di Labus e oltre; le sorprese non sono mancate e i nostri ragazzi ci hanno dato grandi soddisfazioni!

Vi mostriamo un estratto dei lavori finali del Kino-Lab 2016.

Per info e iscrizioni:

+39 3664871974 ; +39 3341491293 ; +39 3298704231

Secondo incontro: I primi sopralluoghi!

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Benevento, 11 febbraio 2017

Dopo aver aspettato gli ultimi ritardatari, usciamo a fare i primi sopralluoghi. I ragazzi si dividono in gruppi di due (Jacopo e Paola, Giancarmine e Alessandro, Laura e Roberta) e decidono in totale autonomia dove dirigersi.

Bisogna uscire con un’idea precisa, l’immagine non deve capitare: dobbiamo dare una forma fotografica alla nostra idea.

Jacopo torna alla base Labus con tante (tante) fotografie ma noi preferiamo mostrarvi questa in cui si lascia intenerire dall’assopimento pomeridiano dell’uomo ritratto. Ci mostra uno spazio urbano pieno, tuttavia il sonno dell’uomo ci rimanda al vuoto della coscienza, oppure possiamo dire che lo spazio urbano si svuota in assenza di coscienza umana? Jacopo, ci hai lasciato con un dubbio interessante, incredibile ma vero!

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La ricerca prosegue. Roberta va in cerca di spazi urbani popolati e abitati da elementi diversi: il risultato è un fotogramma pieno di dettagli in cui la presenza umana è centrale.

DSC_0104La presenza dell’uomo può anche essere soltanto una traccia, un fantasma urbano che abita nelle pietre antiche delle nostra città. Paola ci regala questa immagine suggestiva, realizzata utilizzando una delle tecniche studiate nel corso del nostro laboratorio di fotografia di primo livello.

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Ed eccola, qui di seguito, Paola ritratta da Jacopo in una foto di backstage.

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Anche Alessandro, nei suoi giri, si sofferma sulle parti antiche della città e le fa addirittura urlare, ecco il suo urlo urbano!

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Il successivo scatto di Giancarmine è una rilettura dell’ Arco di Traiano. Riuscire ad osservare monumenti noti attraverso una diversa prospettiva è una sfida interessante. Nella foto, la statua pare addirittura spiarci!

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Restando in tema di rilettura dei classici, Laura con questo scatto ci offre la reinterpretazione di una ben nota opera. Vediamo se indovinate…Troppo facile capire di chi parliamo: “Oh Roberta Roberta perché sei tu Roberta!? Rinnega tuo padre, rifiuta il tuo nome, o se non vuoi…” Per i meno attenti: con la foto del cagnolino affacciato alla finestra, Laura riesce ad inserire all’interno di uno spazio urbano, spoglio e degradato, una situazione paradossale e divertente! Bel lavoro Laura!

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E dopo questa foto di backstage vi mostriamo il lato “A” della foto: Roberta fotografa lo stesso spazio in una diversa prospettiva. mostrandoci gli spazi di una città più nascosta, dove la natura torna ad essere presenza.

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Sappiamo bene che le cose si fanno difficili quando arriva il momento di passare dalla teoria alla pratica: il racconto dell’intenzione è più facile della sua effettiva realizzazione. Tuttavia i nostri ragazzi, armati di coraggio e macchine fotografiche, non si sono persi d’animo davanti alle difficoltà. Continuate così!

E noi, potevamo farci scappare l’occasione di rubare qualche foto in giro per la città?

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Potrebbe non sembrare, eppure questi ultimi due scatti sono stati ralizzati nello stesso pomeriggio, a pochi metri e pochi minuti di distanza. Gli spazi urbani sono pieni di storie diverse, basta solo provare a leggerle!

Primo incontro: al lavoro!

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Benevento, 5 febbraio 2017

La fase dei sopralluoghi può risultare difficile: si tratta di procedere per tentativi e mettere a fuoco le prime immagini.

Paola, molto attenta ai consigli dati durante il primo incontro del Foto-Lab, non si risparmia durante questa fase complicata della ricerca e porta avanti la sua idea: si propone di indagare i rapporti tra l’uomo, la religione e la società dei consumi.
Il suo contributo si arrichisce dei primi scatti:

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( Foto di Paola De Girolamo )

L’instancabile Laura sa bene che le idee migliori si coltivano di notte e così decide di inviarci una e-mail notturna in cui ci mostra come ha pensato di sviluppare il contrasto movimento – non movimento.

Il set è la classe di Yoga, vanno in scena il movimento del corpo – il non movimento della mente.

Il copione recita: svuotare la mente ed essere nella pratica.

(Foto di Laura Lombardi)

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Ogni fase è necessaria: la ricerca delle idee

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Durante la settimana i ragazzi, macchina fotografica alla mano, escono in cerca della loro idea. I loro contributi sono importanti, ci aiutano a raccontare il processo di creazione, distruzione e ri-creazione che sta dietro al progetto. Ogni fase è necessaria, l’importante è partire da un’idea e provare a catturarla in una foto.

Roberta, architetto, un occhio particolarmente attento all’organizzazione dello spazio, ci ricorda che la tecnica a volte può addirittura limitarci e come sia invece fodamentale avere una visione personale delle cose.
Un punto di partenza per il progetto del nostro Foto-Lab potrebbe essere l’indagine sulla vita dei quartieri, sul “rumore” e sul “silenzio”, sull’estetica delle abitazioni, sui vuoti e i pieni.

Questa scatto ci arriva un pomeriggio mentre siamo intenti a ripensare agli errori che ogni giorno facciamo. Stiamo in piedi come giganti ma il cielo è sempre più alto di noi.

(Foto di Roberta De Santis)

Primo incontro: “la fotografia non deve essere fatta, deve essere creata”

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Proviamo a partire con un’idea, il fotografo deve uscire per fotografare la sua idea, non cercare l’immagine nell’obiettivo. Così, quelli che pensavamo fossero limiti possono aiutarci a raggiungere il nostro scopo.

Gianni Berengo Gardin: “Le mie foto non vogliono essere artistiche, io non ci tengo ad essere un artista. […] Documento le cose che mi circondano e che vedo.”

La vera difficoltà sarà quindi quella di imparare a guardare intensamente e liberarsi dai fardelli.
A tal proposito Ghirri diceva che fotografare non è includere bensì escludere il mondo per racchiudere il nostro messaggio in un piccolo rettangolino che è la nostra fotografia.
Ci troviamo in un tempo in cui abbiamo imparato ad interpretare la fotografia come una mera rappresentazione del mondo circostante, tuttavia la ricerca della perfezione totale può approdare al nichilismo. Lo sguardo fotografico ragiona solo ex post sulla composizione, fotografare è prima di tutto una questione di sensibilità. Bisogna sapere in quale direzione guardare, fare una scelta.

TEMPESTA DI IDEE:

Pare che i nostri ragazzi abbiano già le idee chiare, peccato che a volte si scatenino vere e proprie tempeste!
Jacopo ci presenta con grande slancio la sua idea: si parte da una frattura, ossia dalla parcellizzazione dello spazio e della sua successiva ricomposizione per ottenere un’immagine che assuma un significato diverso da quello a cui le singole parti rimandano.

Cosa avrà voluto dire?

Noi stiamo ancora cercando di capirlo.

Caro Jacopo, in ogni caso ricordati sempre la necessaria relazione tra forma e contenuto affinchè la ricerca non diventi puro formalismo.

Avremo una settimana di tempo per rifletterci.

(Foto di Jacopo Babuscio)

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Laboratorio di Fotografia di II livello: cominciamo!

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(Sofie robot layer – foto di Elda Miniero)

Cosa faremo: 8 incontri, 1 progetto comune.
Ogni partecipante partirà dal proprio punto di vista personale e lo porterà nel progetto. Alla fine il risultato sarà emozionante, o almeno così ci auguriamo; lo sguardo di 7 persone si incontra e si trasforma in una visione comune.

Da cosa partiremo:
1) fotografia in bianco e nero e a colori, senza distinzioni tra analogica e digitale;
2) stampa ai sali d’argento in camera oscura.

Progetto parallelo:
lavoreremo alla creazione di un libro fotografico in formato digitale, prevedendone la successiva pubblicazione.

Labus è anche una galleria permanente, per cui alla fine del laboratorio si allestirà una mostra con il progetto finale del laboratorio.

Il nostro è un progetto ambizioso che mira a portare il lavoro di tutti i partecipanti anche fuori da Labus, trasformando il progetto di partenza in un’esperienza fotografica completa.

“Questo è il punto: rendere espliciti i rapporti col mondo che ognuno di noi porta con sè, e che oggi si tendono a nascondere, a far diventare inconsci, credendo che in questo modo spariscano, mentre invece…”
I. Calvino