Il miracolo dell’inatteso

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“Spesso esci e vuoi fotografare con un progetto, un modello, un luogo all’ora perfetta.
Capita che la macchinetta non funzioni, che i difetti strumentali della fotocamera ti blocchino e ti costringano a tornare a casa.
Spesso esci con l’idea di creare qualcosa, di soddisfare una richiesta, di nasconderti nelle citazioni e nella tecnica.
Spesso piove, è annuvolato, soleggiato quando vorresti un cielo coperto e, qualche volta, neanche la luna sembra un soggetto interessante. L’importante è come torni a casa, con cosa: dei video, delle istantanee, degli scatti e dei rullini, delle immagini che rimangono solo nella tua testa e quelle morte con la chiusura dell’otturatore. Cresciuto, non lo so.
Sicuramente con qualcosa in più, o in meno, dipende dai punti di vista”.

Le parole di Jacopo ci aiutano a mettere in ordine i pensieri: a volte usciamo con l’idea precisa di cosa fotografare, a volte capita addirittura di trovare quello che volevamo. Ma qui viene il bello, scopriamo che è tutto sbagliato. La ricerca è l’unico scopo e l’inatteso è un miracolo.

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Il nostro foto- Lab avanzato procede, i campi di indagine sono diventati una mappa, le scarpe sono ben allenate e cominciamo a dire grazie agli errori.

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Strane figure, grazie a Laura, compaiono sulla nostra strada.

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Sono due le cose che ci lasciano sorpesi in questo quinto incontro: il fatto di trovare le risposte in quello che non cercavamo e l’importanza di rischiare.

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Il rischio è una componente fondamentale nell’approccio di Joel-Peter Witkin alla fotografia; dal suo pensiero e dalle sue opere ricaviamo importanti insegnamenti. Nato a Brooklyn nel 1939, Witkin è uno dei massimi fotografi viventi; le sue fotografie traggono origine principalmente da una personale idea di spiritualità e dall’arte classica, si ispira alle atmosfere dei primi dagherrotipi e numerosi sono i riferimenti pittorici, tanto che spesso il suo è un lavoro di “rivisitazione” di opere celebri della storia dell’arte. “Quando ero bambino collezionavo riproduzioni di dipinti e sculture, mentre gli altri bambini raccoglievano figurine di giocatori di baseball.”

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Witkin crea un mondo di ossessioni, in grado di raggiungere il disgusto dello spettatore, grazie ad una complessa commistione di bellezza e oscenità che lascia spiazzati e allo stesso tempo meravigliati. “Il mio lavoro è una sorta di diario, attraverso il quale cerco di chiarire la mia percezione dell’esistenza, una percezione più cupa di quella dei più, lo so, ma forse non del tutto priva di umorismo – o di cinismo.”

E a chi gli chiede quanto ci sia di pianificato nelle sue fotografie, lui risponde che gli attimi decisivi nel processo di creazione sono due: “il primo quando la mia fotocamera registra qualcosa, il secondo quando realizzo la stampa. Le mie stampe non sono semplici registrazioni meccaniche […] Io disegno sul negativo, lo raschio, ne nascondo alcune parti. […] rielaboro l’immagine, la rendo più potente, più misteriosa.”

Tutto ciò che è inatteso è poesia.

“È inatteso, ma sai che è lì, davanti a te, ad aspettarti. E per andargli incontro, devi essere disposto a correre dei rischi: il tuo sapere è frutto dei rischi che prendi.”

E la fotografia ruota attorno allo stesso concetto.

“Tutta la vita dovrebbe ruotare attorno a questo concetto. In questo caso le cose sono andate così: ho fotografato il cane e ho fatto anche una buona foto, ma non era ancora il Cane-Cornucopia. […] Potevo tenere l’animale solo per ventiquattr’ore. Durante le ultime due ore, ho avuto l’idea della ferita come una cornucopia.”

The Result of War: The Conucopian Dog, NM, 1984
The Result of War: The Conucopian Dog, NM, 1984

“Noi vogliamo, per quel fuoco che ci arde nel cervello, tuffarci nell’abisso, Inferno o Cielo, non importa. Giù nell’Ignoto per trovarvi del nuovo.” (Charles Baudelaire, Il viaggio)

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