Le porte di Kinetta Spazio Labus sono aperte sul futuro!

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Si tirano le somme dell’anno “scolastico” a Labus. Tanti ragazzi, tanti bambini hanno attraversato il nostro spazio, alcuni per poco tempo, altri ogni settimana con lo stesso immutato entusiasmo. I laboratori di fotografia hanno prodotto scatti e progetti fotografici che siamo orgogliosi di esporre sui nostri muri, i laboratori di cinema hanno introdotto alla settimana arte ragazzi giovanissimi che per la prima volta hanno potuto sperimentare la potenza dell’immagine in movimento e scoperto i segreti per realizzare un film. Il laboratorio di educazione all’immagine ci ha regalato le più grandi emozioni. Quest’anno abbiamo prodotto un gran numero di piccoli progetti video con i nostri bambini e da poco abbiamo completato la post-produzione del cortometraggio di fine anno.
Siamo in moto per i progetti futuri, per il Festival delle associazioni che si terrà tra una settimana a Motta, per i workshop di cinema e fotografia di luglio e stiamo già pensando alle novità da proporvi a settembre.
Le porte di Kinetta Spazio Labus sono sempre aperte sul futuro.

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“Per Labus” : emozioni in pellicola

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Giancarmine ci scrive. Le sue parole ci arrivano in occasione della mostra che si inaugurerà mercoledì 3 Maggio presso lo spazio Labus in conclusione del foto-lab di I e II livello.
“Vedere sotto i miei occhi formarsi quell’immagine su una carta fotografica bianca immersa in una pozione magica è stato bellissimo, indimenticabile.” Da qui parte la sua riflessione sul “passato che ritorna, che non deve mai abbandonarci”.
Il passato presente negli scatti, che resta impresso sulla pellicola, fermo e immutabile in un modo in cui non potrà mai tornare. “Questo mi ha fatto pensare ancora di più che non bisogna lasciarlo andare via.”
Quello da poco conclusosi “é stato un corso dalle molte emozioni. Parlo di emozioni, quelle devono essere sempre presenti quando si scatta, che bisogna cercare in quello che si vede e tentare di restituire nelle nostre foto, ma anche di emozioni nuove che vengono dal passato che oramai molti di noi hanno dimenticato, parlo dello sviluppo delle pellicole e delle foto. Quell’emozione indescrivibile che ho provato nello sviluppo della foto resterà per sempre nella mia memoria, il passato che ritorna.”
Il suo progetto mette insieme passato e presente, tenta di interconnettere l’uno all’altro creando una simbiosi.
“Mettendo in primo piano il passato, ho cercato di “schiacciare” l’uno sull’altro per far diventare passato e presente una sola cosa perché il passato non deve mai passare, è il pilastro su cui si regge il futuro.
Grazie Labus Grazie Michele Grazie Chiara, Grazie a tutti voi.”

Durante uno degli incontri del foto-lab di secondo livello i ragazzi hanno scattato in pellicola con la  macchina fotografica Hasselblad. Qui di seguito vi mostriamo il risultato degli scatti realizzati e sviluppati poi dagli stessi ragazzi durante un altro incontro del laboratorio.

Giancarmine

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Laura

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Alessandro

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Elda

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Paola

paola

Jacopo

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Roberta

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Mercoledì 3 maggio: Foto-lab in mostra!

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Eccoci arrivati all’incontro finale del laboratorio di fotografia avanzata (II livello) dell’Associazione Kinetta. Il percorso è stato lungo e pieno di scoperte. Siamo andati alla ricerca dei tasselli necessari per il nostro progetto finale. Abbiamo trovato luoghi segreti e abbandonati, visto sotto una nuova luce posti noti, ci siamo spinti dove forse non avremmo mai pensato. Abbiamo forse conosciuto qualcosa in più di noi stessi: le nostre fotografie tentano di aprire una porta sulle nostre identità inconsapevoli, di “trovare un passaggio dall’inconscio al conscio”, come Josef Koudelka ci ha insegnato.
Il 3 maggio le porte dell’Associazione Kinetta si apriranno per la mostra dedicata ai nostri laboratori di fotografia, in questa occasione esporremo i lavori di entrambi i gruppi, sia del laboratorio di I livello che del II livello.

Viricordiamo che a partire dal 6 maggio comincerà il nuovo laboratorio di I livello, le iscrizioni sono aperte!
Il nuovo Foto-Lab di Kinetta si terrà nei mesi di Maggio e Giugno nello Spazio Labus: a partire dal 6 Maggio, ogni sabato dalle ore 17,00 alle ore 19,00 (8 incontri, 16 ore complessive).

Cos’è il LABORATORIO di FOTOGRAFIA di 1° LIVELLO?
Non il solito corso di fotografia ma un viaggio alla ricerca di uno sguardo nuovo. Dalle basi della fotografia alle tecniche più bizzarre, passando dalla pellicola al digitale, ponendo l’attenzione sulla pratica e realizzando un mini-progetto a settimana sui diversi stili e modalità di fotografare. Al termine dei due mesi si terrà una mostra dei lavori di tutti i partecipanti.
l nostri Foto-Lab di primo livello sono un terreno di coltura nel quale ognuno dei partecipanti è chiamato a mettere una parte di sé, disponendosi al confronto, allo scambio, al mescolamento e soprattutto al mutamento. Parleremo delle basi della fotografia, delle tecniche e degli strumenti ma mai in maniera passiva, mai in maniera sterile ma sempre cercando di sviluppare uno stile personale che segue le attitudini di ognuno dei partecipanti.

Tutti fanno fotografie ma in quanti sanno cosa stanno facendo?

La primavera è il mese ideale per coltivare la vostra passione per la fotografia, migliorando la tecnica e soprattutto educando lo sguardo in vista dei viaggi e dei paesaggi estivi.

info: 3664871974 – labuswork@gmail.com

Il laboratorio è tenuto da Michele Salvezza, docente di fotografia presso l’ente di formazione professionale Scuola La Tecnica e presso lo Spazio Labus (Associazione Kinetta) di Benevento.

La forma della realtà

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I ragazzi del foto-lab di secondo livello continuano la ricerca incessante delle immagini da inserire nel progetto fotografico!

Questa volta tocca a Roberta che è andata alla ricerca di ispirazione, portando con sè solo la sua macchina fotografica e la voglia di trovare la giusta suggestione. Quando la città dove viviamo sembra ormai finita, capita di svegliarci una mattina e scoprire che, cambiando punto di vista, la realtà si trasforma e si moltiplica in forme nuove. Oppure è il nostro sguardo ad aver trovato il modo di trasformare la realtà? Si tratta di sensibilità e di continua ricerca, ciò che cerchiamo da sempre di coltivare nei nostri laboratori.

“Benevento: città del rumore, del disturbo visivo e uditivo, delle contraddizioni, degli atti mancati, della memoria, della fede.
Vagando per la periferia si ha la sensazione di attraversare un campo di battaglia.
L’industrializzazione auspicata giace senza vita. Dalla lotta per l’appropriazione del territorio l’uomo ne esce sconfitto. Spazio metafisico.

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In uno scenario tra i più suggestivi della
provincia, edifici abbandonati, decadenti, dialogano con il paesaggio, si lasciano attraversare da esso.

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Benevento città della memoria e della scoperta di spazi suggestivi, di luoghi in cui le tracce del passato rimandano a consuetudini di vita ormai dimenticate.
Architetture abbandonate dall’uomo e oggi abitate dalla natura. Luoghi apparentemente senza vita in cui il passato rivive attraverso suggestioni visive e olfattive.

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Benevento città della fede religiosa e calcistica. La storia ci restituisce suggestivi luoghi di culto che talvolta riservano sorprese…

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La città è fortemente caratterizzata dalla presenza evidente, prepotente della fede religiosa e di quella calcistica. Soprattutto nei quartieri popolari fede religiosa e calcistica convivono, si fondono.

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Benevento città del rumore e del disturbo visivo. Nella scansione regolare e stereotipata delle facciate degli edifici si percepisce il modus vivendi degli abitanti. In una griglia rigida si inseriscono anarchiche personalizzazioni. ”

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Cronache di un aspirante fotografo

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Ci eravamo lasciati nel mezzo del nostro viaggio attraverso la fotografia, ebbene, abbiamo deciso di proseguire a piedi per andare dove la strada si fa più tortuosa ma anche più interessante. Attraversare gli strati che compongono il reale è un passaggio imprescindibile. In questo caso si parte da una riflessione sulla religione, cercandone una corrispondenza o una confutazione nelle strade, per giungere ad una conclusione che resta aperta e toccherà a Paola completare. Le parole che seguono sono quelle con cui ci racconta una parte della sua esperienza nel nostro laboratorio di fotografia di secondo livello.
“Scattando fotografie nel quartiere Stazione di Benevento non ho potuto fare a meno di notare l’insistente presenza di altarini e statue sacre; eretti nel labirinto di palazzi e casermoni, spezzano la monotonia di un’architettura non sempre felice. Constato il ripetersi di questa singolare caratteristica negli innumerevoli rioni popolari delle nostre città- qualora non ci aveste fatto caso potrete cominciare ad osservarlo- ho avviato nella mia mente un concerto di speculazioni, preoccupandomi di scomodare anche Marx. Dal filosofo ho ripreso il concetto di religione come “oppio dei popoli”, riportando la fede alla condizione economica del popolo di quelle zone. Mi è stata, però, sottolineata l’adozione di un approccio puramente teorico al “fenomeno” evidenziato; le mie sono congetture se non valorate da una prova tangibile, ad esempio una testimonianza. Quindi, spogliandomi delle velleità da pseudointellettuale ho steso su carta una lunga lista di domande da rivolgere ad un abitante del luogo. Con la speranza di produrre il pezzo del secolo, munito di fogli, penna, registratore e macchina fotografica sono andato alla ricerca del malcapitato strumento di conoscenza. Ho ora indossato gli abiti dell’investigatore che porta allo scoperto verità ancestrali e recondite. Così mi sono avvicinato ad un signore per sciorinargli in faccia la sequela di quesiti accuratamente preparati e confezionati, ma non ho avuto fortuna. Il buon uomo, con la sferza di una risposta annoiata, ha provveduto a rimpicciolire la mia autostima. Il successo si è fatto più lontano; avrei dovuto lottare per arrivare alla meta e portare a casa il trofeo di una gloriosa vittoria. Corazzatomi contro le avversità, ho disturbato un’altra persona che, affacciatasi sul balcone incuriosita dalla fotocamera appesa al collo, ha cominciato ad osservarmi. Ho volto l’occhio inquisitore a mio favore. <<Buongiorno, sa dirmi perché questa statua è qui?>>. <<Eh, c’è sempre stata>>. <<Capisco, grazie>>. <<Arrivederci, buona giornata>>. In realtà ho capito ben poco vista la scarsa eloquenza dell’interlocutore. Nonostante ciò, non mi sono fermato. Ho chiamato un vecchio signore intento a riscaldarsi sul ballatoio del proprio appartamento. Rivoltagli l’ormai consueta domanda, questi a cominciato a farfugliare frasi prive di nesso logico con la natura della mia curiosità. Mi ha condotto in un passato a me sconosciuto, a lui molto noto, indicando nel vuoto botteghe che non riuscivano a presentarsi alla mia vista. Descrittami quella sua personale realtà, mi ha salutato: <>. Un augurio che strideva con le mie intenzioni, non stavo girovagando ma ero in ricerca. Stanco dei fallimenti ho reputato saggio sedermi dinanzi uno di quegli altari ad aspettare che si presentasse un frequentatore per poterlo interrogare. Un’attesa lunga e solitaria. Per ingannare il tempo ho accesso una sigaretta; a tenermi compagnia solo un’ape scema, che cercava nutrimento tra gli innumerevoli fiori di plastica collocati a voto della statua, fino a quando non ha creduto di dover volare via con una traiettoria che tradiva un profondo disorientamento. Annoiato ho cambiato postazione, magari la nuova sarebbe stata più trafficata. Nulla, dai palazzi si percepiva una vita che scorreva indifferente, ripiegata sulla propria quotidianità. Quegli altarini sembravano davvero esserci sempre stati; radicati nell’estetica del quartiere; parte di esso come una strada o un filo d’erba; un fatto normale che in quanto tale non richiede grande attenzione. La religione è oppio dei popoli? Probabile. La religione è tradizione e dato ordinario. Ho voluto così interpretare la non curanza degli intervistati, forse giustificando inconsciamente la mia inabilità di cronista.”
PAOLA DE GIROLAMO

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Sul nostro cammino capiterà di incontrare dei muri, può darsi però che questi ci daranno la possibilità di lavorare sui contrasti, di svillupare una visione non scontata delle cose, di comprendere un po’ di più il cielo.

Il miracolo dell’inatteso

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“Spesso esci e vuoi fotografare con un progetto, un modello, un luogo all’ora perfetta.
Capita che la macchinetta non funzioni, che i difetti strumentali della fotocamera ti blocchino e ti costringano a tornare a casa.
Spesso esci con l’idea di creare qualcosa, di soddisfare una richiesta, di nasconderti nelle citazioni e nella tecnica.
Spesso piove, è annuvolato, soleggiato quando vorresti un cielo coperto e, qualche volta, neanche la luna sembra un soggetto interessante. L’importante è come torni a casa, con cosa: dei video, delle istantanee, degli scatti e dei rullini, delle immagini che rimangono solo nella tua testa e quelle morte con la chiusura dell’otturatore. Cresciuto, non lo so.
Sicuramente con qualcosa in più, o in meno, dipende dai punti di vista”.

Le parole di Jacopo ci aiutano a mettere in ordine i pensieri: a volte usciamo con l’idea precisa di cosa fotografare, a volte capita addirittura di trovare quello che volevamo. Ma qui viene il bello, scopriamo che è tutto sbagliato. La ricerca è l’unico scopo e l’inatteso è un miracolo.

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Il nostro foto- Lab avanzato procede, i campi di indagine sono diventati una mappa, le scarpe sono ben allenate e cominciamo a dire grazie agli errori.

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Strane figure, grazie a Laura, compaiono sulla nostra strada.

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Sono due le cose che ci lasciano sorpesi in questo quinto incontro: il fatto di trovare le risposte in quello che non cercavamo e l’importanza di rischiare.

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Il rischio è una componente fondamentale nell’approccio di Joel-Peter Witkin alla fotografia; dal suo pensiero e dalle sue opere ricaviamo importanti insegnamenti. Nato a Brooklyn nel 1939, Witkin è uno dei massimi fotografi viventi; le sue fotografie traggono origine principalmente da una personale idea di spiritualità e dall’arte classica, si ispira alle atmosfere dei primi dagherrotipi e numerosi sono i riferimenti pittorici, tanto che spesso il suo è un lavoro di “rivisitazione” di opere celebri della storia dell’arte. “Quando ero bambino collezionavo riproduzioni di dipinti e sculture, mentre gli altri bambini raccoglievano figurine di giocatori di baseball.”

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Witkin crea un mondo di ossessioni, in grado di raggiungere il disgusto dello spettatore, grazie ad una complessa commistione di bellezza e oscenità che lascia spiazzati e allo stesso tempo meravigliati. “Il mio lavoro è una sorta di diario, attraverso il quale cerco di chiarire la mia percezione dell’esistenza, una percezione più cupa di quella dei più, lo so, ma forse non del tutto priva di umorismo – o di cinismo.”

E a chi gli chiede quanto ci sia di pianificato nelle sue fotografie, lui risponde che gli attimi decisivi nel processo di creazione sono due: “il primo quando la mia fotocamera registra qualcosa, il secondo quando realizzo la stampa. Le mie stampe non sono semplici registrazioni meccaniche […] Io disegno sul negativo, lo raschio, ne nascondo alcune parti. […] rielaboro l’immagine, la rendo più potente, più misteriosa.”

Tutto ciò che è inatteso è poesia.

“È inatteso, ma sai che è lì, davanti a te, ad aspettarti. E per andargli incontro, devi essere disposto a correre dei rischi: il tuo sapere è frutto dei rischi che prendi.”

E la fotografia ruota attorno allo stesso concetto.

“Tutta la vita dovrebbe ruotare attorno a questo concetto. In questo caso le cose sono andate così: ho fotografato il cane e ho fatto anche una buona foto, ma non era ancora il Cane-Cornucopia. […] Potevo tenere l’animale solo per ventiquattr’ore. Durante le ultime due ore, ho avuto l’idea della ferita come una cornucopia.”

The Result of War: The Conucopian Dog, NM, 1984
The Result of War: The Conucopian Dog, NM, 1984

“Noi vogliamo, per quel fuoco che ci arde nel cervello, tuffarci nell’abisso, Inferno o Cielo, non importa. Giù nell’Ignoto per trovarvi del nuovo.” (Charles Baudelaire, Il viaggio)

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L’inquietudine e la purezza di Ren Hang

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Nei giorni scorsi Ren Hang è scomparso. Fotografo e poeta cinese, provocatorio e troppo giovane per andarsene, le sue foto sono cariche di una verità estrema e poetica. La sua provocazione non è accomodante, non è commerciale, ci può disgustare; per Ren Hang è stato naturale porsi al di fuori dei limiti imposti dal regime. In un’intervista diceva di non programmare ciò che troviamo nei suoi libri fotografici e di non programmare neppure cosa ne sarebbe stato della sua vita.

Le sue immagini sono potenti e molto semplici, perfettamente costruite con modelli con cui deve essere in perfetta sintonia, altrimenti non scatta. Nelle sue fotografie il flash è utilizzato in modo tale da enfatizzare lo straniamento; e Ren Hang ci riesce molto bene, le sue foto ci meravigliano perchè non ci aspettiamo di vedere certe cose. Non rincorre nessun intellettualismo, “faccio semplicemente quello che mi viene naturale”, amava dire.

Sul sito ufficiale si possono leggere le sue poesie, soltanto in cinese purtroppo. Noi eravamo troppo curiosi e abbiamo tentato di tradurne piccoli frammenti.

Mi sono seduto sul divano a guardare
Come abbiamo trascorso insieme
La vita per lungo tempo
Molto tempo.

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我坐在沙发上看着你
就像我们已经在一起
生活了很久
很久

 

 

 

 

Quarto incontro: la mappa delle idee

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Un silenzioso pomeriggio di pioggia ci accoglie sabato tra le mura di Labus. Ma il tempo per sonnecchiare è finito, si comincia!

Siamo giunti al quarto incontro, la mappa del progetto deve essere tracciata. I ragazzi cominciano a sentirsi a proprio agio in giro tra posti lugubri e deserti. Come i bar di Benevento quando gli anziani restano a casa per la pioggia. Elda ne sa qualcosa, il suo progetto soffre lo stop dei tressette causato dalle piogge di fine inverno. Ci porta però qualche disegno per aiutarci a capire meglio. Disegnare una fotografia prima di averla scattata: Elda ci hai stupito, ed emozionato. Adesso aspettiamo il resto!

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Questa fotografia fa rumore come una frenata brusca, invece lei fa progressi. Ormai ha fatto amicizia con gli abitanti dei quartieri, sulle madonne ci sta lavorando. Per il prossimo incontro vogliamo la mappa sulla nostra scrivania, è chiaro Paola?

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L’interrelazione tra elementi comincia a diventare più nitida negli scatti di Giancarmine; per trovare quello decisivo sarà necessario tornare sui propri passi, guardare bene, guardare meglio. Per riempire e nello stesso eliminare il superfluo bisogna indagare. Intanto il leone di pietra contempla le balconate.

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Nella fotografia di Roberta i fantasmi guidano motociclette. Certi posti sembrano non esistere, l’abbandono li ha resi persino più belli.

Il tempo è quasi finito ma, a Labus, quello per imparare cose nuove non finisce mai: oggi è il turno del flash. Tentiamo di fare qualche ritratto, ricordando che, per poter efficacemente sperimentare, è necessario prima sviluppare una certa padronanza del mezzo e del linguaggio.

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Ci lasciamo considerando che anche gli incidenti di percorso, come i malfunzionamenti delle nostre macchine o le interruzioni causate da un giorno di pioggia, sono momenti importanti. Fotografare è prima di tutto guardare.

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Terzo incontro: “Bisogna distruggere il programma e riprogrammare” (J. Koudelka)

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Benevento, 18 febbraio 2017

A Labus tutto è pronto per il terzo incontro del foto-lab avanzato. Nonostante durante la settimana lo scambio tra noi e i ragazzi sia intenso (partono addirittura messaggi vocali a loro insaputa!), il confronto dal vivo resta fondamentale per capire a che punto siamo.

<<In giro vedo la pubblicità di una casa che produce macchine fotografiche che dice: “Non pensare, scatta”. Mi sembra quanto di  peggio ci possa essere. Io dico invece: prima pensa per due ore, poi, eventualmente, scatta.>> (G. Berengo Gardin)

Il concetto è chiaro, no? Dietro alla foto “finita” c’è un grande lavoro di ricerca, gli elementi da considerare sono tanti per riuscire ad operare una scelta, e rinchiudere “tutto” quello che vogliamo dire in una piccola porzione di pellicola.

Passiamo ad esaminare le fotografie della settimana.

Alessandro, che è il nostro tramite con la notte, evidentemente nella sua precedente vita deve essere stato un animale notturno. Le geometrie nei suoi scatti conservano un contrasto palpabile, un luogo che appare vuoto, colto di notte, è in realtà un luogo svuotato. La differenza non è irrilevante: un luogo vuoto assomiglia ad un posto vergine, un posto svuotato è invece ancora caldo della presenza degli uomini; il flusso delle persone, il “peso” del loro passaggio nello spazio si riesce quasi a percepire nelle ammaccature della luce.

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Nella ricerca di una traccia urbana nascosta al comune vedere, Giancarmine si è soffermato sul contrasto tra costruito e abbandonato, anche declinato nella contrapposizione moderno – antico. Il percorso che si propone di indagare, più che sul piano dei contenuti, resta sulle disarmonie formali; l’obiettivo fissato per il prossimo incontro è quello di cercare le relazioni ottiche tra i piani, tentando di evidenziare particolari che formino un quadro urbano astratto. Poi, però, capita anche di trovare cose così:

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Ci spostiamo ora sul progetto di Paola, che, muovendosi attraverso un quartiere popolare della nostra città, ha scelto di privilegiarne le strade secondarie. Il suo scopo è quello di scoprire ambientazioni sconosciute, frequentare un posto che non le è familiare. Si tratta di un lavoro non semplice, Paola ne è consapevole ma sa anche che raccontare un luogo attraverso le persone che lo abitano e lo popolano è importante. Entrare in contatto con una realtà che non ci appartiene, stabilire un rapporto di fiducia con le persone fotografate è impresa difficile, tuttavia maggiore è la difficoltà che sta dietro ad uno scatto e più sarà interessante quella fotografia. Dare a chi guarda  la sensazione di immergersi in un’atmosfera è un risultato che si raggiunge solo calandosi appieno dentro quella atmosfera. Gli scatti di Paola contengono una traccia da seguire: l’umanità, la divinità e i rifiuti urbani; la presenza invasiva dell’uomo e la sua necessità di trovare un qualche appiglio divino.

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Nella recente visita alla mostra del fotografo Berengo Gardin, abbiamo avuto modo di soffermarci sulla sua opera, molti gli spunti interessanti. La figura di Josef Koudelka, ad esempio, sembra essere fondamentale nell’esperienza dello stesso Berengo Gardin.

<<Io amo raccontare una storia, come mi ha insegnato il mio amico Koudelka. Sono molto amico con lui e con Salgado. […] Una foto deve raccontare, come ho imparato da Koudelka, mentre da Salgado ho imparato che il contenuto deve andare di pari passo con la forma. Poi, se devo scegliere fra una foto formale e una di contenuto, io scelgo sempre quella di contenuto […]>>

Ci risulta quindi più facile capire Berengo Gardin quando dice che ci vorrebbe una vita intera per imparare a fotografare come Salgado mentre invece, per imparare a fotografare come Koudelka, neppure quella basterebbe. Koudelka è un anarchico, conosce le regole e sa benissimo come distruggerle. Nei suoi scatti il sentimento surreale e l’intensità dei volti sono in grado di raccontare gli spazi in una maniera del tutto personale e, probabilmente, non replicabile.

Koudelka è  uno spirito libero in continua evoluzione, così come la sua fotografia, ma non per questo meno perfezionista o privo di profondo senso autocritico: “Non mi preoccupo di ciò che la gente pensa: so abbastanza bene chi sono. Ma mi rifiuto di diventare schiavo delle loro idee. Quando resti in uno stesso posto per un certo tempo, la gente ti colloca in una casella e si aspetta da te che tu ci resti”.

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Ingegnere di professione e fotografo per passione, nel 1967 decide di abbandonare il lavoro di ingegnere per dedicarsi completamente alla fotografia. Ma la svolta accade nel 1968, quando casualmente si trova a Praga, rientrato da appena due giorni dopo un servizio fotografico sugli zingari in Romania.

“Non so cosa sia importante per le persone che guardano le mie foto. Quello che è importante per me, è il fatto di farle. Ma io non lavoro per provare il mio talento.

Da lui impariamo che confrontarsi attraverso il rapporto umano crea le condizioni ideali per crescere. Una personalità poliedrica, da cui possiamo trarre importanti insegnamenti.

Uno di questi lo apprendiamo grazie ad un aneddoto raccontato da Alex Webb, grande fotografo di street dell’agenzia Magnum: “Qualche anno fa mi trovavo seduto nella metropolitana con Josef Koudelka, che non vedevo da diversi anni. Improvvisamente Josef si è piegato in avanti e mi ha afferrato la scarpa, girandola per guardare la suola. Con il suo modo di fare diretto, tipico della cultura ceca, voleva accertarsi che avessi camminato abbastanza e, quindi, fotografato abbastanza”.

Probabilmente non ad ogni uscita fotografica corrisponderà una quantità di buoni scatti ma bisogna andare, continuare a provarci.

Secondo incontro: I primi sopralluoghi!

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Benevento, 11 febbraio 2017

Dopo aver aspettato gli ultimi ritardatari, usciamo a fare i primi sopralluoghi. I ragazzi si dividono in gruppi di due (Jacopo e Paola, Giancarmine e Alessandro, Laura e Roberta) e decidono in totale autonomia dove dirigersi.

Bisogna uscire con un’idea precisa, l’immagine non deve capitare: dobbiamo dare una forma fotografica alla nostra idea.

Jacopo torna alla base Labus con tante (tante) fotografie ma noi preferiamo mostrarvi questa in cui si lascia intenerire dall’assopimento pomeridiano dell’uomo ritratto. Ci mostra uno spazio urbano pieno, tuttavia il sonno dell’uomo ci rimanda al vuoto della coscienza, oppure possiamo dire che lo spazio urbano si svuota in assenza di coscienza umana? Jacopo, ci hai lasciato con un dubbio interessante, incredibile ma vero!

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La ricerca prosegue. Roberta va in cerca di spazi urbani popolati e abitati da elementi diversi: il risultato è un fotogramma pieno di dettagli in cui la presenza umana è centrale.

DSC_0104La presenza dell’uomo può anche essere soltanto una traccia, un fantasma urbano che abita nelle pietre antiche delle nostra città. Paola ci regala questa immagine suggestiva, realizzata utilizzando una delle tecniche studiate nel corso del nostro laboratorio di fotografia di primo livello.

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Ed eccola, qui di seguito, Paola ritratta da Jacopo in una foto di backstage.

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Anche Alessandro, nei suoi giri, si sofferma sulle parti antiche della città e le fa addirittura urlare, ecco il suo urlo urbano!

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Il successivo scatto di Giancarmine è una rilettura dell’ Arco di Traiano. Riuscire ad osservare monumenti noti attraverso una diversa prospettiva è una sfida interessante. Nella foto, la statua pare addirittura spiarci!

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Restando in tema di rilettura dei classici, Laura con questo scatto ci offre la reinterpretazione di una ben nota opera. Vediamo se indovinate…Troppo facile capire di chi parliamo: “Oh Roberta Roberta perché sei tu Roberta!? Rinnega tuo padre, rifiuta il tuo nome, o se non vuoi…” Per i meno attenti: con la foto del cagnolino affacciato alla finestra, Laura riesce ad inserire all’interno di uno spazio urbano, spoglio e degradato, una situazione paradossale e divertente! Bel lavoro Laura!

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E dopo questa foto di backstage vi mostriamo il lato “A” della foto: Roberta fotografa lo stesso spazio in una diversa prospettiva. mostrandoci gli spazi di una città più nascosta, dove la natura torna ad essere presenza.

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Sappiamo bene che le cose si fanno difficili quando arriva il momento di passare dalla teoria alla pratica: il racconto dell’intenzione è più facile della sua effettiva realizzazione. Tuttavia i nostri ragazzi, armati di coraggio e macchine fotografiche, non si sono persi d’animo davanti alle difficoltà. Continuate così!

E noi, potevamo farci scappare l’occasione di rubare qualche foto in giro per la città?

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Potrebbe non sembrare, eppure questi ultimi due scatti sono stati ralizzati nello stesso pomeriggio, a pochi metri e pochi minuti di distanza. Gli spazi urbani sono pieni di storie diverse, basta solo provare a leggerle!