La voce delle immagini

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Non pensavamo. Quando abbiamo proposto di riflettere sull’immagine non pensavamo che ci saremmo emozionati tanto davanti alle parole da voi scritte o scelte. Abbiamo tentato (ma non ci fermiamo qui) di tracciare un percorso suggestivo tra fotografia e poesia, senza voler stabilire la preminenza dell’una sull’altra nè tantomeno cercare i diversi livelli di verità che appartengono a queste due pratiche, quanto piuttosto per sottolineare il punto di partenza comune ad entrambe, ossia l’immagine come luogo poetico. Quello che possiamo leggere sono tanti e diversi sguardi gettati dentro la stessa immagine, capace di contenerli tutti. Visioni differenti ed espressioni molteplici ci sono arrivate da parte di chi ha provato ad entrare dentro questa fotografia e ne è uscito con una piccola voce che resta per dire soltanto tutto.

Di seguito l’immagine da cui siamo partiti e i contributi raccolti, che rappresentano il punto in cui si incontrano immagine e parola.

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Perchè poi la mattina fingo di dimenticarmi delle notti trascorse a spasso d’incubi
scomparse fra finestre aperte
e confezioni di birre tedesche da 8 bevute in un’ora
I Poemi di Fresnes riletti sopra ai fornelli
e le mani,
le mie mani che bruciano di sangue sotto all’acqua fredda che esce dalla tua bocca
in questi due locali e mezzo
al quarto piano di un palazzo di periferia
e intanto che fingi di prestarmi ascolto
prova a scendere fino all’ultima rampa di scala
spegni la luce delle cantine
quella del locale lavanderia
chiudi la porta del rifugio anti-atomico
e poi esci in cortile
cerca il mio nome fra tutti quelli scritti sui campanelli
bestemmia
accenditi una sigaretta
consulta il tuo cellulare
ascolta la tua musica preferita
piangi
ridi
fai quello che vuoi
ma non mi troverai mai. (Andrea Consonni)

///

Facciamo i bambini però

stretti alle gomene in mezzo alla marea

sul fondo dove non c’è

neanche un piede o una conchiglia

aspettiamo il re delle storie

muove le ombre da un sipario

e non si fa guardare

soffia la polvere foglie bruciate

i pupazzi in un balletto

il bianco di un gabbiano

fermo, in mezzo ai venti

non serve altro ai palloni

aria per fingersi luna

un filo in mezzo al pugno

e gli occhi volenterosi

facciamo i bambini

forti quando spareranno

il drappo di maestrale si agiterà

senza paura, e noi dietro di lui

non passeranno i colpi

per ognuno avremo un mostro

catturato in un panno

costretto a spaventare

libero sul cielo di un terrazzo

(Alfonso Tramontano Guerritore – https://www.facebook.com/lavocedeipesci/#)

///

Sarà per un hegeliano moto di sintesi

che l’istruito adulto di città

riscopre la sacralità

delle madonne di gesso e delle feste per il santo.

Quando mi portavano in campagna

calpestavo la terra coi miei piedi prensili

incarnavo la rivoluzione di Mao

senza manco saperlo.

Ero convinto che a noi bambini

fosse negato un segreto rivelato a tutti quelli giunti all’età adulta

– chissà quale – .

E la gente di campagna

di sicuro la sapeva più lunga

gente dalle abitudini arcaiche

dalla gestualità ripetitiva

padrona di verità semplici

in pace col concetto che il sole sorge e tramonta per poi risorgere e ritramontare

contenta per la luce e spaventata dall’ombra.

La campagna ora invece esiste solo in un remoto passato d’infanzia.

Qui si dorme col giorno e si vive tra le ombre dei lampioni

e gli anziani contadini

hanno stretto un patto faustiano con Barbara D’Urso

e Il Segreto è una soap opera.

E pensare

che l’opera del sapone di Marsiglia,

in quel remoto passato,

nelle campagne,

non è ancora finita,

che mani anziane

continuano a consumarlo

all’infinito

sul biancore dei panni. (Eduardo De Cunto)

///

MEMORIE DI UNA TESTA TAGLIATA – C.S.I.

Chi è che sa di che siamo capaci tutti
Vanificato il limite oramai
Vanificato il limite
Si avvicina l’inverno
Soffice crepitio sulla terra
Pomeriggio dolce assolato terso
Sotto un cielo slavo del Sud
Slavo cielo del Sud non senza grazia

(sistema evocativo in atto accesso obbligato zona rischio)

Salgo
Lento, leggero
Caldo
Sbuffo animale
Penetrante m’assale
Un
Ultimo
Pensiero
Odora di te
Mi
Distendo
Aprendomi
Tensione verticale
Rallenta il mio respiro
Scende in profondità
Si adatta al soffio del mondo
pomeriggio dolce assolato terso

Sotto un cielo slavo del Sud pieno di grazia

(sequenze disturbate eccesso sovraccarico pericolo pericolo)

In basso
In fondo
Giù
La
Mia
Testa
Tagliata
Porge
Uno sguardo
Fisso
Immutabile ormai
Sguardo
Compassionevole
Replay
La mia testa
Tagliata
Replay
Sguardo compassionevole
Sguardo fisso oramai
Replay
Replay
Vuoto
Replay
Vuoto

(sistema evocativo esaurito interruzione)

Writer(s): Francesco Magnelli, Massimo Zamboni, Giovanni Lindo Ferretti, Gianni Maroccolo

Inviata da Chiara Mazzarella Scocca

///

Ci incontriamo sempre/quando il sole è al suo picco più alto./Le nostre ombre si fondono fino a scomparire/meridiane di epoche lontane/che ritornano/sempre qui dove il sole brucia più forte./Intorno ciò che resta di una città/e il rumore del vento./Chiudo gli occhi/tutto è troppo visibile/torno alle storie che ho solo sognato./Sagome appena accennate ma sensazioni vivide/le gambe piegate/il ruvido del legno/le punte delle dita che scottano./tutto è ma non lascia traccia./E tu/ti volti di scatto e dici al vento:/silenzio. (Romina Bracchi)

///

Eccoli là, distesi, silenziosi e gatteschi
Nel sole, di pomeriggio,
I tuoi vestiti, spianati,
Senza sogni, come per caso.
Restituiscono il tuo odore, debolmente, quasi ti somigliano.
Tramandano il tuo sporco,
Le tue cattive abitudini,
L’impronta dei tuoi gomiti.
Hanno tempo, non respirano,
Restano, flosci, pieni di bottoni,
Qualità e macchie.
In mano a un poliziotto,

A una sarta, a un archeologo,
Rivelerebbero le loro cuciture,
I loro segreti da poco.
Ma dove tu sei, se soffri,
Quello che hai sempre voluto dirmi
E non hai mai detto,
Se tornerai, se ciò
Che accadde accadde per amore
O per forza o per sbadataggine,
E perché tutto è andato
Così come è andato,
Quando sembrava ne andasse della vita,
Se sei morta o se
Ti lavi soltanto i capelli,
Questo non lo dicono.

(Hans Magnus Enzensberger – scelta da Giuseppe De Rienzo)

Per maestri ho avuto i miei occhi

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Lasciarsi ingannare dalle immagini come fossero dei sogni, oppure ritrovarvi l’indizio di una storia antica.
Le cose perdute a volte sono strade che possiamo ripercorrere solo con le parole. Fermatevi un attimo dentro una fotografia e tornate a raccontarci qualcosa, con un pensiero, una poesia scritta da voi o una poesia famosa. Scriveteci i vostri contribuiti (qui o in privato) anche se non potrete essere con noi a Labus all’incontro di giovedì 6 luglio 2017.

https://www.facebook.com/events/1367307940024781/permalink/1367932926628949/

Tenterermo di tracciare un percorso di significanti e corrispondenze tra i due linguaggi della fotografia e della poesia, partendo da questa immagine:

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Intanto cominciano ad arrivare i primi contributi.

Ci incontriamo sempre/quando il sole è al suo picco più alto./Le nostre ombre si fondono fino a scomparire/meridiane di epoche lontane/che ritornano/sempre qui dove il sole brucia più forte./Intorno ciò che resta di una città/e il rumore del vento./Chiudo gli occhi/tutto è troppo visibile/torno alle storie che ho solo sognato./Sagome appena accennate ma sensazioni vivide/le gambe piegate/il ruvido del legno/le punte delle dita che scottano./tutto è ma non lascia traccia./E tu/ti volti di scatto e dici al vento:/silenzio. (Romina Bracchi)

 

 

 

 

Cosa resta sul foglio? Dalla fotografia alla poesia

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«La fotografia acquista un poco della dignità che le manca quando smette d’essere una riproduzione del reale per mostrarci cose che non esistono più» Marcel Proust
La funzione positiva della fotografia, per Proust, è proprio quella di potersi fare strumento di evocazione, rinvio a una verità che in sé essa direttamente non rivela, ma alla cui ricerca è possibile porsi a partire dalla sua sollecitazione.

Ci sono momenti in cui non si riesce a restare fermi, spinti verso le cose perdute sul fondo dei giorni. In questa ricerca la fotografia è in grado di suggerirci tutto.
Come si fa a perdersi dentro una foto e soprattutto a ritornare? Cosa ci crea dentro un’immagine?
Un’immagine può scriverci dentro un mondo intero, una pioggia una casa, le lunghe file di errori e i giorni scomparsi, le voci dei treni che partono, gli occhi che amano il mare. Se siamo fortunati emergerà solo qualche parola per raccontare ciò che abbiamo visto. Cosa resta sul foglio? Ecco il nostro speciale secondo incontro con la poesia a Labus. Guardate questa fotografia di M (Michele Salvezza) e diteci dove vi porta, osservatela ad occhi chiusi e poi diteci cosa avete ritrovato.
Scrivete una poesia o un pensiero ispirato a questa foto e venite a raccontarci il vostro sogno lucido a Labus giovedì 6 luglio, ore 19,00. Leggeremo le poesie e scopriremo come la fotografia ci mostra cose che non esistono più.

 

La misteriosa forma del tempo

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Boris Vian, Nazim Hikmet, Giorgio Caproni, Edoardo Sanguineti, Tapparo, Carlos Drummond de andrade. Siamo partiti da loro, l’abbiamo ascoltata, fermi un attimo a pensare che quando la poesia comincia non finisce più. Gli s c o m p o n i m e n t i poetici sono rimasti impigliati nel pettine di Labus. Stiamo preparando cose nuove per ragionare sulle voci poetiche che possono esserci tra noi, “per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me”.

Ringraziare voglio il divino
labirinto delle cause e degli effetti
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare,
per la ragione, che non cesserà di sognare
un qualche disegno del labirinto,
per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il saldo diamante e l’acqua sciolta
per l’algebra, palazzo di precisi cristalli,
per le mistiche monete di Angelus Silesius,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per lo splendore del fuoco
che nessun essere umano può guardare
senza uno stupore antico

per il mogano, il sandalo e il cedro,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giorni del 1955,
per i duri mandriani che nella pianura
aizzano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra,
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me,
per la lingua che secoli fa parlai nella Northumbria,
per la spada e l’arpa dei sassoni,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo,
per la musica verbale d’Inghilterra,
per la musica verbale della Germania,
per l’oro che sfolgora nei versi,
per l’epico inverno
per il nome di un libro che non ho letto,

per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e di Manhattan,
per il mattino nel Texas,
per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale,
e il cui nome, come preferiva, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo
scrissero tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica i passati,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio,
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi che scrissero già
questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché moriva così lentamente,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
quei due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per questa musica, misteriosa forma del tempo.

Jorge Luis Borges
Un’altra poesia dei doni (da L’altro, lo stesso)

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Foto: msalvezza – the exterminating angel

 

Dove finiscono le tracce?

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La poesia ci porta allo scoperto. Kinetta spazio labus è un luogo dove si coltivano visioni, dove nascono confronti di parole e scontri positivi tra diversi punti di vista. Da S c o m p o n i m e n t i poetici vorremmo partire per costruire un laboratorio permanente in cui approfondire i grandi poeti, conoscere altri linguaggi poetici, passare attraverso le sperimentazioni più ardite, fare poesia. Nei prossimi giorni esporremo i risultati degli S//c o m p o n i m e n t i poetici, un tentativo di conoscere meglio la poesia attraverso la sua scomposizione e ricomposizione.

Ogni parola arrivata da un tempo lontano è diventata un segno nuovo. È il nostro modo di scrivere visioni e leggere l’invisibile.

Colei che solo entro te stesso vedi
è la Visione che ti parla, lei
che dalla sua dimora invisibile
ti chiede di aiutarla in ciò che vedi,
se la Visione non vede se stessa.
È attorno a lei la necessaria ressa
delle anime, e ognuna si confessa
all’altra. La Visione è la stessa,
identici ad essa gli avvistati
che alfine riconoscono il perché,
la ragione per cui sono nati.

Piero Bigongiari
[5 febbraio 1995]
da “Dove finiscono le tracce” (1984 -1996)

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S // c o m p o n i m e n t i poetici

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Cos’è una poesia se non paura,
strombazzata, petalo,
incorporea genealogia?
Cos’è la poesia
se non l’emozione violenta
che produce il punto di partenza
verso il mai visto, l’improbabile
o il tramonto?
Qual è il verso finale,
l’imprecisabile verso finale
che sintetizza l’ansia del ritorno?
Cosa resta della poesia, alla fine,
quando si è pensato tutto,
non si è deciso niente
e solo sopravvivono
domande insicurezze solitudine fallimento dubbi
ossia parole, sogni, niente?

Tallahassee, aprile ‘99

M. Giardinelli

L'immagine può contenere: cielo, nuvola e spazio all'aperto

S // c o m p o n i m e n t i poetici è un appuntamento che Kinetta Spazio Labus dedica alla poesia, ai messaggi di eternità che questa lascia dentro di noi. È una lettura collettiva e creativa durante la quale si prova ad affondare le mani nelle parole vive. La poesia, oltre ad essere un genere letterario, è un’inclinazione umana. Partendo da questa idea, dedichiamo un tempo alla lettura e a ciò che può nascere dall’interazione e dal caso, provando a fare un percorso circolare che, partendo dalla poesia, attraverso la sua scomposizione, ritorni ad essa.
Tornare in confidenza con le parole significa anche ricominciare a scrivere a mano oppure scegliere bene cosa stampare, leggere e rileggere, per limitare il campo a poche infinite parole. Questo è un passaggio fondamentale per arrivare poi a scomporre un testo, delle parole di poesia vera e ri-pensarle, ri-conoscerle, amarle nuovamente e ancora di più. Sì, perchè S c o m p o n i m e n t i poetici è soprattutto un’occasione per riavvicinarsi alla poesia. Questa oscura e profondissima materia che necessita di tempo, lentezza, silenzi e, spesso, mal si concilia con la frenesia delle condivisioni e il tempo dei like.

Nel tempo perso

crescono i fiori.

 

Le porte di Kinetta Spazio Labus sono aperte sul futuro!

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Si tirano le somme dell’anno “scolastico” a Labus. Tanti ragazzi, tanti bambini hanno attraversato il nostro spazio, alcuni per poco tempo, altri ogni settimana con lo stesso immutato entusiasmo. I laboratori di fotografia hanno prodotto scatti e progetti fotografici che siamo orgogliosi di esporre sui nostri muri, i laboratori di cinema hanno introdotto alla settimana arte ragazzi giovanissimi che per la prima volta hanno potuto sperimentare la potenza dell’immagine in movimento e scoperto i segreti per realizzare un film. Il laboratorio di educazione all’immagine ci ha regalato le più grandi emozioni. Quest’anno abbiamo prodotto un gran numero di piccoli progetti video con i nostri bambini e da poco abbiamo completato la post-produzione del cortometraggio di fine anno.
Siamo in moto per i progetti futuri, per il Festival delle associazioni che si terrà tra una settimana a Motta, per i workshop di cinema e fotografia di luglio e stiamo già pensando alle novità da proporvi a settembre.
Le porte di Kinetta Spazio Labus sono sempre aperte sul futuro.

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